| La
compagnia teatrale " PORTA PALAZZO
" ha rappresentato lo spettacolo "Quarant'anni
dopo" nelle seguenti date:
20/05,
ore 21.00
- BELLARTE - Via Bellardi, 116 - TORINO
09/06,
ore 21.00
- CENTRO CULTURALE "PRINCIPESSA ISABELLA" - Via
Verolengo, 212 - TORINO
16/06,
ore 21.00
- TEATRO ESEDRA - Via Bagetti, 30 -
TORINO
23/06,
ore 21.00
- CECCHI POINT - Via Cecchi, 17 - TORINO
30/06,
ore 21.00
- L'ISOLA CHE NON C'E' - Via Rubino,
24 - TORINO
02/07,
ore 21.00
- S.PIETRO IN VINCOLI - Via S. Pietro
in Vincoli, 28 - TORINO
E'
possibile visualizzare i video nella sezione "Video Spettacoli"
e "Video Laboratorio", oppure sul sito www.youtube.com
ai seguenti link:
Lo
spettacolo (Teatro Esedra), primo atto:
Prima
scena (parte I);
Prima
scena (parte II) ;
Seconda
scena
- Monologo di Cile ; Terza
scena -
La classe (parte I)
;
Terza
scena - La classe (parte II) ; Quarta
scena - Lelia incinta ; Quinta
scena - Monologo Lelia ; Sesta
scena - Fantasmi .
Lo spettacolo (Teatro Esedra), secondo atto:
Prima
scena - La Professoressa (parte I) ; Seconda
scena - La Professoressa (parte II) e Mademoiselle
; Terza
scena - Fuck prepara la bomba ; Quarta
scena - Monologo di Bimba ;
Quinta
scena - Scoppio bomba e omicidio Prof ;
Sesta
scena - Sirio e saluti
Laboratorio 2006-2007:
Video
1 ; Video
2 ; Video
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7 ; Video
8 ; Video
9 .
RINGRAZIAMO
TUTTI PER LA CALOROSA PARTECIPAZIONE!
Presentazione
dello spettacolo " Quarant'anni dopo" a cura di
Loris Liuzzi
"Quarant'anni
dopo" è un pensiero, una riflessione, un ragionamento.
Un flash che, inevitabilmente e quasi senza volerlo, riconduce
agli anni della contestazione giovanile (per tutto il periodo
che intercorre a partire dalla fine degli anni '60 a quella
degli anni '70). Ma in "Quarant'anni dopo" si immagina
una storia nel presente, una rivoluzione moderna che prende
spunto dai movimenti rivoluzionari del passato.
Riuscire a "fotografare e spostare" in chiave moderna
un tentativo di rivoluzione giovanile non è impresa
facile. Innanzitutto, c'è chi non vede i presupposti
perché una rivoluzione possa avvenire nella realtà
odierna, dove i giovani sono placati dal benessere diffuso,
dove il rapporto con la famiglia pare essere più sereno
e disteso, dove tutti, pare, possano accedere alle università;
nell'era dell'immagine e dei discorsi poco impegnati, nell'era
della politica che tutti ritengono irrimediabilmente "sporca",
nell'era di chi, rassegnato, si consola: "Tanto sarà
sempre così
".
C'è chi, invece, non accetta lo stato attuale delle
cose. Tanto per citare degli esempi, che non necessariamente
vengono proposti in "Quarant'anni dopo", c'è
chi si oppone alla logica della guerra; c'è chi dice
"No" alla droga che i potenti lasciano distribuire
volutamente nelle città come nei piccoli paesi; c'è
chi combatte il culto dell'immagine, vera e propria religione
tra i giovani d'oggi, particolarmente devoti alla TV, alla
telefonia mobile, agli abiti firmati e al taglio dei capelli;
c'è chi si oppone alla censura prepotente e antidemocratica,
diffusissima al giorno d'oggi; c'è chi non accetta
il clima autoritario e professionale, in stile anglosassone,
imposto in molti ambienti di lavoro, dove l'individuo non
è identificato con nome e cognome, ma solo con un numero
di matricola: egli non può manifestare il suo lato
umano e creativo perché all'azienda interessa poco,
anzi rappresenta un ostacolo rispetto alla produttività.
Questa è una lista di aspetti della società
attuale che alcuni percepiscono, mentre altri ignorano nella
maniera più assoluta. Alcuni non hanno mai vissuto
delle esperienze riconducibili agli esempi proposti: per esempio,
in molti non hanno mai subito una censura per il semplice
fatto che non abbiano mai provato a comunicare e a diffondere
una tesi poco in linea con l'opinione "che conta".
Oppure, in molti seguono la moda senza sentirsi "minacciati"
nella loro individualità. In molti pensano che i potenti,
potessero, eliminerebbero le droghe dalla faccia della terra.
E una grande massa di persone pensa che le guerre siano davvero
rivolte a stabilire la democrazia nel mondo.
In modo molto generale, si possono quindi distinguere tre
grandi gruppi: il primo composto dai "contestatori",
dai "disobbedienti", da chi si sente violato, minacciato,
a disagio, da chi manifesta, da chi lotta, da chi alza la
voce, da chi, esausto, distrugge; il secondo gruppo è
composto dai moderati, dalla gente per bene, ben amalgamata
in società, che non protesta, che cerca invece di inserirsi
anziché andare allo scontro e distaccarsi, da chi sorride
ed è ben pettinato, sempre alla moda, da chi è
considerato obiettivo e benpensante, da chi è in discrete,
buone o ottime condizioni economiche, da chi non si fa troppe
domande, da chi crede che la manifestazione in piazza sia
un reato, da chi crede che essere comunisti sia una vergogna,
da chi non crede ai complotti, da chi ha fiducia nei media,
da chi non si lamenta perché vorrebbe dire essere falliti,
da chi ha sempre ripetuto, senza modificare una virgola, quello
che è stato loro insegnato dalle istituzioni, da chi
non si è mai contrapposto alla massa; esiste, infine,
una terza categoria, quella dei potenti, i "burattinai"
che manovrano le masse, composta da chi, semplicemente, decide
per gli altri, gestendo tutto ciò che c'è da
gestire.
La cosa sorprendente è che, in tempi attuali, sempre
più spesso, i contestatori si scontrano con il ceto
"benpensante", sempre alleato e portavoce dei "potenti".
Paradossalmente, i burattini si scontrano fra loro, mentre
i burattinai, stanno a guardare e dirigono il gioco.
In Quarant'anni dopo, oltre a dare un'idea di quello che è
il disagio dei "contestatori" e proporre quali siano
le ragioni che spingono loro alla rivoluzione, ci si interroga
sulla soluzione migliore per poter cambiare le cose. E, in
questo modo, si torna a ritroso nel passato, facendo riferimento
a quanto successo alla fine del '70 e, possibilmente, cercando
di riunire tutti in una riflessione comune, nella speranza
che questo rappresenti un primo passo che avvicini le parti
contrapposte ad una comprensione reciproca.
Il tutto risulta essere rappresentato in chiave moderna ed
è questo che rende "Quarant'anni dopo" particolarmente
vicino ai giovani: il linguaggio risulta essere accattivante,
chiaro, appositamente esagerato, perché le emozioni
possano giungere, senza interruzioni, al cuore degli spettatori.
L'intento di chi lavora a questo progetto, con dedizione e
impegno, è quello di unire il pubblico fresco, giovane
e inesperto al pubblico degli adulti, di chi ha vissuto i
moti di contestazione giovanile e voglia continuare a riflettere
su di essi.
Entrando più nel merito delle caratteristiche di "Quarant'anni
dopo", è uno spettacolo altamente comunicativo
caratterizzato da un dialogo diretto ("botta e risposta"),
da colpi di scena emozionanti, da momenti di estrema tragicità
e tensione, da poesia e dolcezza.
Sia la regia che gli attori sono consapevoli del fatto che
si propone, per il pubblico, una parte delle tante tematiche
che interessano da vicino l'argomento "rivoluzione":
il tutto è prodotto in miniatura, nel piccolo, con
una storia semplice, ma allo stesso tempo toccante e drammatica
che gioca principalmente sui sentimenti di ognuno.

DUE GIORNI DOPO IL 16 GIUGNO
Lettera
aperta ad uno dei protagonisti dello spettacolo di sabato
16 giugno.
Lunedì 18 giugno 2007
Caro Loris,
non ho ritenuto opportuno, dopo la fatica e la tensione che
una rappresentazione come quella del 16 giugno deve comportare,
aggiungere ai tanti complimenti, saluti, abbracci etc. - che
ti sei meritato e che ho visto giungerti abbondanti - i complimenti
sinceri miei e di mia moglie che ora, con più calma,
ti esterno, avendo anche tempo di esporre qualche considerazione
che, a tuo piacimento e con il peso che vorrai darle, mi sembra
lo spettacolo meriti. Perché è un lavoro che
sotto molti aspetti fa pensare, fa riflettere in modo non
generico sia sul piano politico, sia sul piano esistenziale.
Sul piano politico, perché nonostante tutto vi si legge
la “disperazione” di chi – figlio della
nostra epoca – non ha più risposte sicure, certe,
ma sa che ovunque c’è il dramma della scelta,
il cui esito per “buono” che sia non potrà
non aver vittime; anche l’Ideale più alto per
cui si combatte mettendo anche a repentaglio la propria libertà
o la propria vita, farà vittime. Vittime innocenti
si dice di solito, perché non c’entravano nulla.
E’ vero? Anche l’indifferenza si potrebbe sostenere
come colpa o connivenza. Ma è una forzatura, un gioco
di parole: in effetti nessuno può prendersi cura (è
un’espressione di don Milani) di tutto. Per forza –
a causa del tempo e delle forze limitati – bisogna tralasciare
qualcosa, sempre più cose, anzi: e non è una
colpa la “sbagliata” scelta politica, non è
una colpa il “disimpegno”, a meno che per quest’ultimo
non si tratti di una precisa volontà di vita asettica,
senza scelte e senza costi, ridotta alla dimensione quotidiana
nel senso più banale del termine.
In una società nella quale ognuno fa fatica anche a
farsi gli affari suoi, preso come è dalle mille piccole
preoccupazioni e occupazioni, una matura scelta di parte –che
presuppone cultura autentica, momenti di riflessione, di “silenzio”
interiore e di dialogo anche animato- è quasi un’utopia.
La malattia psicologica dei nostri anni, l’epidemia
di edonismo, che è quasi una risposta coerente al non
ce la faccio!, la noia, che filosofi del Novecento hanno studiato
e teorizzato come condizione esistenziale, la buona volontà
sincera sì, ma incapace di sopportare certi pesi si
esternano nell’atteggiamento di chi generosamente si
propone, affascinato dal gruppo o dalla voglia di dare un
senso all’esistere, ma poi facilmente la paura, il dubbio,
gli affari privati – alcuni sacri come la famiglia che
senza dubbio un terrorista “distrugge” in tanti
modi che è facile immaginare – hanno il sopravvento.
E non è egoismo o voglia di vita comoda: è desuetudine
alla lotta – ancora un paio di generazioni fa i ragazzini
facevano abitualmente “a botte”: ora l’educazione
ha eliminato fortunatamente questa eredità ferina nell’uomo-
è scelta difficile fra il rischio della galera e del
“disonore” dei figli e della famiglia in una società
che resta tutto sommato pur sempre benpensante, e l’immolarsi,
dando un senso all’esistenza –ma quale? –
all’esistenza, avvertita nel Novecento, ma già
in certo romanticismo come un debito da pagare, più
che un’occasione da sfruttare. Eppoi: vale la pena rovinarsi
la vita per chi si accontenta di una domenica passata a Le
Gru o allo stadio o di qualche serata? Nella rappresentazione
il personaggio – il giovane Idealista che si batte per
la realizzazione di una società giusta anche economicamente,
ma soprattutto culturalmente, interpretato da Liuzzi, appunto
– finisce per non essere creduto, per essere ammirato
e compatito, per essere insomma l’eroe di tanti romanzi
del Romanticismo di tutta Europa, dalla Francia alla Russia.
Affiorano gli istinti della massa, le tensioni che dilaniano
il gruppo, come gli Eroi della letteratura e del teatro romantico.
Resta il discorso dell’Amore, ma anche questo è
deludente: nessuna donna può incarnare l’Ideale,
chi ingenua, chi svampita, chi ossessionata dalla libertà
del sesso o della coca che diventano nuove schiavitù.
La società funziona come funziona un motore: ma è
senz’anima. Eppure alla fine ostinatamente resta il
poeta che sogna una realtà più giusta economicamente
- – secondo le teorie del vecchio socialismo –
ma anche più giusta perché sa lasciare all’umanità
la grande caratteristica che la differenzia dalla macchina.
Nello spettacolo un “sunto” suggestivo del socialismo
largamente inteso, un “socialismo” che in una
straordinaria sintesi mette insieme i sogni dei Profeti, quelli
del Santi, quelli di Valdo … e il sangue che lo scontro
fra padroni cinici e operai esasperati farà sgorgare.
E la conclusione non è come nelle storie socialiste
o nelle utopie che risalgono sino al Medioevo, una vittoria
che genererebbe nuovi equilibri e una nuova distribuzione
dei beni. Nell’opera non ci saranno un vincitore e un
vinto, ma vi sarà una strage provocata da un attentato
– storicamente riferimento a Dalla Chiesa, a Falcone,
a Borsellino…- che altro esito non avrà che generare
sgomento, sbandamento, sfiducia.
Un esito negativo, dunque, senza neppure l’eroismo di
Falcone, Dalla Chiesa, Borsellino, che come nelle antiche
rappresentazioni riscattava in qualche modo la considerazione
negativa sul disimpegno e la mancanza di cultura della gente.
Un unico “premio” comunque c’è; la
comprensione dell’Umanità tornata al sinolo,
anima (non necessariamente considerata nel senso biblico)
e corpo e non ridotta alla sola considerazione del corpo,
anche se oggetto di un atto eroico. Dunque una considerazione
sui corsi e ricorsi della storia, con qualche peggiorativo
– che rende amaro il pezzo – come l’impressione
di una autentica libertà, che in realtà è
comodità, pigrizia, adagiamento. D’altra parte
la filosofia dell’attentato, come era stato nella resistenza
e come è stato nel terrorismo degli anni Sessanta-Settanta,
tuttavia con la coscienza che le vittime dell’attentato
sono anche innocenti che nessuna responsabilità hanno
nell’ambiente politico, finanziario etc. che all’attentato
hanno portato. Ma poi l’attentato è autentico
o è solo un progetto non condiviso né compreso
da tutti nella cellula eversiva, e sovente con le tinte della
evocazione. Quindi la conclusione: chi avrebbe partecipato
alle riunioni in cui l’attentato sarebbe stato messo
in opera non è più certo che l’attentato
sia poi avvenuto davvero. Insomma, la soluzione eversiva è
autentica soluzione o è rabbia repressa che si oggettiva
in una “visione” terroristica? E che dire della
considerazione che la morte non può generare che morte,
soprattutto se manca un profondo piano di rinnovamento della
società?
D anche in questo casso, il fatto della morte di Dalla Chiesa,
pur reale e documentato, è autentico? È fantasia
di chi ha bisogno di emozioni, di chi ha bisogno di protagonismo,
nella noia che i lunghi silenzi evocano?
Buona la recitazione; ben motivati anche i “costumi”di
certi personaggi, realistici i fatti accidentali che accompagnano
la tragedia: le piccole liti da bar, piccole liti non casuali,
ma
nelle quali i è disfatta la coscienza politica. Una
pessimistica prospettiva della politica italiana o occidentale
in genere. Fondamentali i tipi del Romantico idealista destinato
alla continua delusione impersonato dal Liuzzi, che getta
inquietanti interrogativi sull’effettiva efficacia dell’interesse
pubblico nonché dell’attenzione sui fatti politici
e terroristici, l’incomprensione che circonda l’intellettuale
più intelligente, emarginato, condannato come un rimestatore
della pace pubblica e delle coscienze. Un eroe romantico,
ancora, come del resto lo sono certi eversivi. E poi la ragazza,
come sdoppiata nei ruoli, da una parte figura – sin
dal Medioevo – dell’Ideale, dall’altra incapace
di comprendere alcunché della realtà e attaccata
alle cosucce quotidiane. In fondo il personaggio più
profondo è la bambina: Voi parlate di filosofie e di
morte: e io qui chiusa nella mia incoscienza. E quella bambina
è la gente comune. E poi –di fondo – l’incapacità
di comprendere, nonostante tutto, altre filosofie che non
siano quelle millenarie dell’annientamento di chi è
avvertito come avversario. E, ancora, insidiose tentazioni
esistenzialistiche: il senso di vuoto di chi un tempo è
stato a suo modo un protagonista. Da plaudire uno dei discorsi
d’epilogo, la necessità dello spirito di gruppo
– ma non per atti violenti – sebbene per prendere
coscienza della realtà.
Francesco De Caria
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