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Foto dei Componenti:

Giovanni AMBRA, Giorgia APOLLONI, Antonella BERTORELLO, Carola CASAGRANDE, Loris LIUZZI, Nazareno FRANZE', Valentina GIANNINI, Celestino GIANOTTI, Valentina MEZZANATTO, Giorgio MORELLO, Gessica POLICASTRO, Michela POZZATO, Roberta RIVA DOGLIAT, Christian TACCAGLINO, Massimiliano VACCARO, Alessandro VAIRA, Pierpaolo ZAMPIROLO.

La compagnia teatrale " PORTA PALAZZO " ha rappresentato lo spettacolo "Quarant'anni dopo" nelle seguenti date:

20/05, ore 21.00 - BELLARTE - Via Bellardi, 116 - TORINO

09/06, ore 21.00 - CENTRO CULTURALE "PRINCIPESSA ISABELLA" - Via Verolengo, 212 - TORINO

16/06, ore 21.00 - TEATRO ESEDRA - Via Bagetti, 30 - TORINO

23/06, ore 21.00 - CECCHI POINT - Via Cecchi, 17 - TORINO

30/06, ore 21.00 - L'ISOLA CHE NON C'E' - Via Rubino, 24 - TORINO

02/07, ore 21.00 - S.PIETRO IN VINCOLI - Via S. Pietro in Vincoli, 28 - TORINO

E' possibile visualizzare i video nella sezione "Video Spettacoli" e "Video Laboratorio", oppure sul sito www.youtube.com ai seguenti link:

Lo spettacolo (Teatro Esedra), primo atto:

Prima scena (parte I); Prima scena (parte II) ; Seconda scena - Monologo di Cile ; Terza scena - La classe (parte I) ;
Terza scena - La classe (parte II)
; Quarta scena - Lelia incinta ; Quinta scena - Monologo Lelia ; Sesta scena - Fantasmi .

Lo spettacolo (Teatro Esedra), secondo atto:

Prima scena - La Professoressa (parte I) ; Seconda scena - La Professoressa (parte II) e Mademoiselle ; Terza scena - Fuck prepara la bomba ; Quarta scena - Monologo di Bimba ; Quinta scena - Scoppio bomba e omicidio Prof ; Sesta scena - Sirio e saluti

Laboratorio 2006-2007:

Video 1 ; Video 2 ; Video 3 ; Video 4 ; Video 5 ; Video 6 ; Video 7 ; Video 8 ; Video 9 .

RINGRAZIAMO TUTTI PER LA CALOROSA PARTECIPAZIONE!

Presentazione dello spettacolo " Quarant'anni dopo" a cura di Loris Liuzzi

"Quarant'anni dopo" è un pensiero, una riflessione, un ragionamento. Un flash che, inevitabilmente e quasi senza volerlo, riconduce agli anni della contestazione giovanile (per tutto il periodo che intercorre a partire dalla fine degli anni '60 a quella degli anni '70). Ma in "Quarant'anni dopo" si immagina una storia nel presente, una rivoluzione moderna che prende spunto dai movimenti rivoluzionari del passato.
Riuscire a "fotografare e spostare" in chiave moderna un tentativo di rivoluzione giovanile non è impresa facile. Innanzitutto, c'è chi non vede i presupposti perché una rivoluzione possa avvenire nella realtà odierna, dove i giovani sono placati dal benessere diffuso, dove il rapporto con la famiglia pare essere più sereno e disteso, dove tutti, pare, possano accedere alle università; nell'era dell'immagine e dei discorsi poco impegnati, nell'era della politica che tutti ritengono irrimediabilmente "sporca", nell'era di chi, rassegnato, si consola: "Tanto sarà sempre così…".
C'è chi, invece, non accetta lo stato attuale delle cose. Tanto per citare degli esempi, che non necessariamente vengono proposti in "Quarant'anni dopo", c'è chi si oppone alla logica della guerra; c'è chi dice "No" alla droga che i potenti lasciano distribuire volutamente nelle città come nei piccoli paesi; c'è chi combatte il culto dell'immagine, vera e propria religione tra i giovani d'oggi, particolarmente devoti alla TV, alla telefonia mobile, agli abiti firmati e al taglio dei capelli; c'è chi si oppone alla censura prepotente e antidemocratica, diffusissima al giorno d'oggi; c'è chi non accetta il clima autoritario e professionale, in stile anglosassone, imposto in molti ambienti di lavoro, dove l'individuo non è identificato con nome e cognome, ma solo con un numero di matricola: egli non può manifestare il suo lato umano e creativo perché all'azienda interessa poco, anzi rappresenta un ostacolo rispetto alla produttività.
Questa è una lista di aspetti della società attuale che alcuni percepiscono, mentre altri ignorano nella maniera più assoluta. Alcuni non hanno mai vissuto delle esperienze riconducibili agli esempi proposti: per esempio, in molti non hanno mai subito una censura per il semplice fatto che non abbiano mai provato a comunicare e a diffondere una tesi poco in linea con l'opinione "che conta".
Oppure, in molti seguono la moda senza sentirsi "minacciati" nella loro individualità. In molti pensano che i potenti, potessero, eliminerebbero le droghe dalla faccia della terra. E una grande massa di persone pensa che le guerre siano davvero rivolte a stabilire la democrazia nel mondo.
In modo molto generale, si possono quindi distinguere tre grandi gruppi: il primo composto dai "contestatori", dai "disobbedienti", da chi si sente violato, minacciato, a disagio, da chi manifesta, da chi lotta, da chi alza la voce, da chi, esausto, distrugge; il secondo gruppo è composto dai moderati, dalla gente per bene, ben amalgamata in società, che non protesta, che cerca invece di inserirsi anziché andare allo scontro e distaccarsi, da chi sorride ed è ben pettinato, sempre alla moda, da chi è considerato obiettivo e benpensante, da chi è in discrete, buone o ottime condizioni economiche, da chi non si fa troppe domande, da chi crede che la manifestazione in piazza sia un reato, da chi crede che essere comunisti sia una vergogna, da chi non crede ai complotti, da chi ha fiducia nei media, da chi non si lamenta perché vorrebbe dire essere falliti, da chi ha sempre ripetuto, senza modificare una virgola, quello che è stato loro insegnato dalle istituzioni, da chi non si è mai contrapposto alla massa; esiste, infine, una terza categoria, quella dei potenti, i "burattinai" che manovrano le masse, composta da chi, semplicemente, decide per gli altri, gestendo tutto ciò che c'è da gestire.
La cosa sorprendente è che, in tempi attuali, sempre più spesso, i contestatori si scontrano con il ceto "benpensante", sempre alleato e portavoce dei "potenti". Paradossalmente, i burattini si scontrano fra loro, mentre i burattinai, stanno a guardare e dirigono il gioco.
In Quarant'anni dopo, oltre a dare un'idea di quello che è il disagio dei "contestatori" e proporre quali siano le ragioni che spingono loro alla rivoluzione, ci si interroga sulla soluzione migliore per poter cambiare le cose. E, in questo modo, si torna a ritroso nel passato, facendo riferimento a quanto successo alla fine del '70 e, possibilmente, cercando di riunire tutti in una riflessione comune, nella speranza che questo rappresenti un primo passo che avvicini le parti contrapposte ad una comprensione reciproca.
Il tutto risulta essere rappresentato in chiave moderna ed è questo che rende "Quarant'anni dopo" particolarmente vicino ai giovani: il linguaggio risulta essere accattivante, chiaro, appositamente esagerato, perché le emozioni possano giungere, senza interruzioni, al cuore degli spettatori.
L'intento di chi lavora a questo progetto, con dedizione e impegno, è quello di unire il pubblico fresco, giovane e inesperto al pubblico degli adulti, di chi ha vissuto i moti di contestazione giovanile e voglia continuare a riflettere su di essi.
Entrando più nel merito delle caratteristiche di "Quarant'anni dopo", è uno spettacolo altamente comunicativo caratterizzato da un dialogo diretto ("botta e risposta"), da colpi di scena emozionanti, da momenti di estrema tragicità e tensione, da poesia e dolcezza.
Sia la regia che gli attori sono consapevoli del fatto che si propone, per il pubblico, una parte delle tante tematiche che interessano da vicino l'argomento "rivoluzione": il tutto è prodotto in miniatura, nel piccolo, con una storia semplice, ma allo stesso tempo toccante e drammatica che gioca principalmente sui sentimenti di ognuno.

DUE GIORNI DOPO IL 16 GIUGNO

Lettera aperta ad uno dei protagonisti dello spettacolo di sabato 16 giugno.
Lunedì 18 giugno 2007


Caro Loris,
non ho ritenuto opportuno, dopo la fatica e la tensione che una rappresentazione come quella del 16 giugno deve comportare, aggiungere ai tanti complimenti, saluti, abbracci etc. - che ti sei meritato e che ho visto giungerti abbondanti - i complimenti sinceri miei e di mia moglie che ora, con più calma, ti esterno, avendo anche tempo di esporre qualche considerazione che, a tuo piacimento e con il peso che vorrai darle, mi sembra lo spettacolo meriti. Perché è un lavoro che sotto molti aspetti fa pensare, fa riflettere in modo non generico sia sul piano politico, sia sul piano esistenziale.
Sul piano politico, perché nonostante tutto vi si legge la “disperazione” di chi – figlio della nostra epoca – non ha più risposte sicure, certe, ma sa che ovunque c’è il dramma della scelta, il cui esito per “buono” che sia non potrà non aver vittime; anche l’Ideale più alto per cui si combatte mettendo anche a repentaglio la propria libertà o la propria vita, farà vittime. Vittime innocenti si dice di solito, perché non c’entravano nulla. E’ vero? Anche l’indifferenza si potrebbe sostenere come colpa o connivenza. Ma è una forzatura, un gioco di parole: in effetti nessuno può prendersi cura (è un’espressione di don Milani) di tutto. Per forza – a causa del tempo e delle forze limitati – bisogna tralasciare qualcosa, sempre più cose, anzi: e non è una colpa la “sbagliata” scelta politica, non è una colpa il “disimpegno”, a meno che per quest’ultimo non si tratti di una precisa volontà di vita asettica, senza scelte e senza costi, ridotta alla dimensione quotidiana nel senso più banale del termine.
In una società nella quale ognuno fa fatica anche a farsi gli affari suoi, preso come è dalle mille piccole preoccupazioni e occupazioni, una matura scelta di parte –che presuppone cultura autentica, momenti di riflessione, di “silenzio” interiore e di dialogo anche animato- è quasi un’utopia. La malattia psicologica dei nostri anni, l’epidemia di edonismo, che è quasi una risposta coerente al non ce la faccio!, la noia, che filosofi del Novecento hanno studiato e teorizzato come condizione esistenziale, la buona volontà sincera sì, ma incapace di sopportare certi pesi si esternano nell’atteggiamento di chi generosamente si propone, affascinato dal gruppo o dalla voglia di dare un senso all’esistere, ma poi facilmente la paura, il dubbio, gli affari privati – alcuni sacri come la famiglia che senza dubbio un terrorista “distrugge” in tanti modi che è facile immaginare – hanno il sopravvento. E non è egoismo o voglia di vita comoda: è desuetudine alla lotta – ancora un paio di generazioni fa i ragazzini facevano abitualmente “a botte”: ora l’educazione ha eliminato fortunatamente questa eredità ferina nell’uomo- è scelta difficile fra il rischio della galera e del “disonore” dei figli e della famiglia in una società che resta tutto sommato pur sempre benpensante, e l’immolarsi, dando un senso all’esistenza –ma quale? – all’esistenza, avvertita nel Novecento, ma già in certo romanticismo come un debito da pagare, più che un’occasione da sfruttare. Eppoi: vale la pena rovinarsi la vita per chi si accontenta di una domenica passata a Le Gru o allo stadio o di qualche serata? Nella rappresentazione il personaggio – il giovane Idealista che si batte per la realizzazione di una società giusta anche economicamente, ma soprattutto culturalmente, interpretato da Liuzzi, appunto – finisce per non essere creduto, per essere ammirato e compatito, per essere insomma l’eroe di tanti romanzi del Romanticismo di tutta Europa, dalla Francia alla Russia. Affiorano gli istinti della massa, le tensioni che dilaniano il gruppo, come gli Eroi della letteratura e del teatro romantico. Resta il discorso dell’Amore, ma anche questo è deludente: nessuna donna può incarnare l’Ideale, chi ingenua, chi svampita, chi ossessionata dalla libertà del sesso o della coca che diventano nuove schiavitù. La società funziona come funziona un motore: ma è senz’anima. Eppure alla fine ostinatamente resta il poeta che sogna una realtà più giusta economicamente - – secondo le teorie del vecchio socialismo – ma anche più giusta perché sa lasciare all’umanità la grande caratteristica che la differenzia dalla macchina.
Nello spettacolo un “sunto” suggestivo del socialismo largamente inteso, un “socialismo” che in una straordinaria sintesi mette insieme i sogni dei Profeti, quelli del Santi, quelli di Valdo … e il sangue che lo scontro fra padroni cinici e operai esasperati farà sgorgare.
E la conclusione non è come nelle storie socialiste o nelle utopie che risalgono sino al Medioevo, una vittoria che genererebbe nuovi equilibri e una nuova distribuzione dei beni. Nell’opera non ci saranno un vincitore e un vinto, ma vi sarà una strage provocata da un attentato – storicamente riferimento a Dalla Chiesa, a Falcone, a Borsellino…- che altro esito non avrà che generare sgomento, sbandamento, sfiducia.
Un esito negativo, dunque, senza neppure l’eroismo di Falcone, Dalla Chiesa, Borsellino, che come nelle antiche rappresentazioni riscattava in qualche modo la considerazione negativa sul disimpegno e la mancanza di cultura della gente.
Un unico “premio” comunque c’è; la comprensione dell’Umanità tornata al sinolo, anima (non necessariamente considerata nel senso biblico) e corpo e non ridotta alla sola considerazione del corpo, anche se oggetto di un atto eroico. Dunque una considerazione sui corsi e ricorsi della storia, con qualche peggiorativo – che rende amaro il pezzo – come l’impressione di una autentica libertà, che in realtà è comodità, pigrizia, adagiamento. D’altra parte la filosofia dell’attentato, come era stato nella resistenza e come è stato nel terrorismo degli anni Sessanta-Settanta, tuttavia con la coscienza che le vittime dell’attentato sono anche innocenti che nessuna responsabilità hanno nell’ambiente politico, finanziario etc. che all’attentato hanno portato. Ma poi l’attentato è autentico o è solo un progetto non condiviso né compreso da tutti nella cellula eversiva, e sovente con le tinte della evocazione. Quindi la conclusione: chi avrebbe partecipato alle riunioni in cui l’attentato sarebbe stato messo in opera non è più certo che l’attentato sia poi avvenuto davvero. Insomma, la soluzione eversiva è autentica soluzione o è rabbia repressa che si oggettiva in una “visione” terroristica? E che dire della considerazione che la morte non può generare che morte, soprattutto se manca un profondo piano di rinnovamento della società?
D anche in questo casso, il fatto della morte di Dalla Chiesa, pur reale e documentato, è autentico? È fantasia di chi ha bisogno di emozioni, di chi ha bisogno di protagonismo, nella noia che i lunghi silenzi evocano?
Buona la recitazione; ben motivati anche i “costumi”di certi personaggi, realistici i fatti accidentali che accompagnano la tragedia: le piccole liti da bar, piccole liti non casuali, ma
nelle quali i è disfatta la coscienza politica. Una pessimistica prospettiva della politica italiana o occidentale in genere. Fondamentali i tipi del Romantico idealista destinato alla continua delusione impersonato dal Liuzzi, che getta inquietanti interrogativi sull’effettiva efficacia dell’interesse pubblico nonché dell’attenzione sui fatti politici e terroristici, l’incomprensione che circonda l’intellettuale più intelligente, emarginato, condannato come un rimestatore della pace pubblica e delle coscienze. Un eroe romantico, ancora, come del resto lo sono certi eversivi. E poi la ragazza, come sdoppiata nei ruoli, da una parte figura – sin dal Medioevo – dell’Ideale, dall’altra incapace di comprendere alcunché della realtà e attaccata alle cosucce quotidiane. In fondo il personaggio più profondo è la bambina: Voi parlate di filosofie e di morte: e io qui chiusa nella mia incoscienza. E quella bambina è la gente comune. E poi –di fondo – l’incapacità di comprendere, nonostante tutto, altre filosofie che non siano quelle millenarie dell’annientamento di chi è avvertito come avversario. E, ancora, insidiose tentazioni esistenzialistiche: il senso di vuoto di chi un tempo è stato a suo modo un protagonista. Da plaudire uno dei discorsi d’epilogo, la necessità dello spirito di gruppo – ma non per atti violenti – sebbene per prendere coscienza della realtà.

Francesco De Caria